Da tutti definito come la massima espressione del vino raboso, il Malanotte del Piave DOCG ha una sua storia da raccontare.

L’enigmatico e curioso nome deriva da un piccolo borgo medioevale situato nel paesino di Tezze di Piave, ancor oggi in ottime condizioni. I Malanotti erano una nobile famiglia di facoltosi mercanti di lane originari della Val di Sole in Trentino. Un ramo della famiglia, verso la metà del Seicento, si traferisce e Venezia e, una ventina di anni dopo, acquista i primi terreni e case a Tezze di Piave e inizia la costruzione del borgo ultimato nel 1695, come testimonia una lapide posta sulla chiesetta.

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Il caratteristico Borgo Malanotte a Tezze di Piave

Il vino raboso, autoctono del territorio veneto, risiede in queste zone fin dall’epoca degli antichi romani; da essi era molto amato e definito più nero della pece per il suo colore buio e profondo. Stiamo parlando del territorio che sta al di sotto delle colline di Conegliano, chiamato “grave” per la particolare conformazione sassosa del terreno.

Il raboso all’epoca era il vitigno più diffuso lungo la pianura del Piave fino ad Oderzo. Veniva spesso coltivato con la tecnica a raggera (Bellussi) e rappresentava sia una fonte di sostentamento per le genti del luogo e sia una ricca fonte di guadagno. Grazie alla buona capacità di conservazione, esso poteva essere commercializzato anche in alcune zone che richiedevano lunghe tratte, senza subire alcuna alterazione durante il trasporto.

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Pannocchie appese al sole e antica fontana in Borgo Malanotte

Malanotte Piave DOCG 2010

Il legame con il territorio è una delle principali caratteristiche di questo vino che lo rendono assolutamente unico e particolare, portandolo ad ottenere la denominazione di origine controllata e garantita nel 2010.

Il suo gusto così originale ed apprezzato è ottenuto grazie ad una lavorazione paziente e precisa. Una parte dell’uva utilizzata (dal 15% al 30%) viene appassita, tecnica che permette di smussare gli spigoli acerbi del raboso e dona quel caratteristico profumo di more. E’ inoltre previsto un tempo di riposo di almeno 36 mesi, di cui almeno 12 in botte. Ne deriva un nettare dal sapore austero, sapido e con un leggero aroma speziato; dal colore rosso intenso con leggere sfumature violacee emana un pungente profumo di ciliegia marasca.

Antiche tradizioni: un tempo si usava mettere da parte una bottiglia di passito alla nascita di un figlio in attesa delle sue nozze.

Curiosità: la storia narra che, durante l’occupazione di Vittorio Veneto da parte delle forze austro-ungariche nel 1917, questi ultimi fecero razzia del Raboso passito nella cantina vescovile.

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